C’era una volta la Black Protest

Questa storia ha tanti inizi diversi. Si può tornare al 1993, poco dopo il crollo del comunismo e l’inizio della democrazia in Polonia, quando venne introdotta la prima legge restrittiva sull’aborto. Oppure andare più indietro, nel 1956, quando invece l’interruzione di gravidanza su base volontaria veniva praticamente liberalizzata in largo anticipo rispetto a quasi tutto il resto del mondo. Oppure ancora, provare a “saltare di qua e di là”, inseguendo il filo rosso che lega l’elezione di Karol Wojtyła al soglio pontificio del 1974 alla rinnovata importanza della Chiesa nel contesto est-europeo e alla nascita di un movimento internazionale “Pro-Life”.

Ma c’è un inizio che è forse più importante degli altri. Il più prossimo a noi, il più mediatizzato e per certi versi anche il più controverso. Eppure, proprio quello a partire da cui la storia merita di essere raccontata.

Lunedì 3 ottobre 2016: è il momento in cui le donne polacche decidono di essere protagoniste. Qualche giorno prima, nella ulica Wiejska di Varsavia dove si trova il Parlamento (Sejm), le forze politiche si erano riunite per discutere una proposta di legge avanzata da alcune organizzazioni civili. La proposta prevedeva di restringere l’accesso all’interruzione di gravidanza, già fortemente limitato in Polonia: la legge consente infatti di praticare l’aborto solo in tre casi (gravi malformazioni del feto, in conseguenza di stupro o incesto, in presenza di rischi di salute per la madre). Il disegno al centro della discussione intendeva lasciare in essere solo i rischi di salute per la madre: se fossero state presenti gravi problematiche nel feto o se il concepimento fosse avvenuto in seguito di uno stupro, si sarebbe comunque dovuto portare a termine la gravidanza.

Non era la prima volta che in Polonia si avanzava una proposta così radicale e liberticida. L’anno precedente, un tentativo simile venne rigettato dal Parlamento. Ma di lì a poco le elezioni consacrano alla guida del paese il partito cattolico-conservatore PiS (Prawo i Sprawiedliwość, Legge e Giustizia), fondato dai due gemelli Lech e Jarosław Kaczyński (il primo deceduto nell’incidente aereo del 2010). Non stupisce quindi che iniziative di completa messa al bando del diritto all’aborto trovassero un rinnovato supporto presso il governo.

Intanto, però, altri soggetti provavano a opporre resistenza. Razem, neonata formazione di sinistra che sotto alcuni aspetti si ispira a Podemos, convocava proprio per il giorno della discussione in Parlamento (22 settembre 2016) una manifestazione di piazza denominata Czarny Protest (“Protesta nera”). Così come #Czarny Protest era anche un hashtag che iniziava a circolare in quei giorni su Instagram. Donne, uomini, persone comuni e celebrità dello spettacolo avevano deciso di vestirsi di nero e manifestare con uno scatto fotografico la propria contrarietà alle restrizioni del diritto all’aborto. Si tratta di iniziative che esprimevano forti segnali di dissenso, ma mai abbastanza partecipate da costituire una reazione efficace.

(Iza Desperak, professoressa e ricercatrice dell’Università di Lodz)

Lunedì 3 ottobre 2016 però è il “giorno più nero” di tutti. Neri i vestiti che si vedono per strada o sugli autobus, nere le scritte, nera la rabbia che si respira attorno. E nero l’aggettivo con cui quel momento passa nella memoria collettiva: Black Monday. Le immagini delle migliaia di ombrelli aperti nella spianata di Plac Zamkowy a Varsavia fanno il giro del mondo, diventando quasi iconiche.

A ispirare le manifestanti è lo sciopero delle donne islandesi del 1975. Allora, nel piccolo stato nord-europeo, si decise di protestare contro il gap salariale e contro il “doppio peso” che tante dovevano sostenere per via del lavoro domestico. Stando alle cifre, circa il 90% delle cittadine islandesi si astenne per un giorno da qualsiasi impiego in fabbrica, in azienda o a casa, mettendo in luce l’importanza della componente femminile nella società del paese: il servizio telefonico venne sospeso, i giornali non arrivarono a essere stampati, le scuole chiuse o aperte con servizi limitati. In più, 25.000 dimostranti si radunarono nella piazza centrale della capitale Reykjavik. È anche a partire da questi eventi che il collettivo NiUnaMenos ha lanciato nel 2017 lo Sciopero Internazionale delle Donne.

Allo stesso modo, in Polonia, l’obiettivo è quello di paralizzare insieme luoghi di lavoro e strade delle città. Le manifestazioni non hanno luogo solo a Varsavia, ma in molti altri centri grandi e medi: Cracovia, Łodz, Poznań, Bielsko-Biała… In più, si raccoglie sostegno anche all’estero: arrivano tweet di solidarietà da parte di personalità internazionali, si formano piccoli presidi a Londra e persino in Italia. Se il sistema economico del paese non subisce gravi conseguenze (la maggior parte dei negozi e delle aziende prosegue la sua normale routine), la partecipazione e la determinazione di chi scende in piazza sono però davvero sorprendenti. Il Parlamento, colto alla sprovvista, torna sui suoi passi e si vede costretto a bloccare il disegno di legge.

Difficilmente la Polonia ha visto iniziative con una così larga adesione in tempi recenti. Inoltre, nessuno sembrava averlo previsto, neanche vagamente. A caratterizzare infatti la Black Protest, in particolar modo il Black Monday, è la sua natura quasi del tutto spontanea e dal basso. Non ci sono grossi partiti politici a sostenerla, non ci sono collettivi con una tradizione di lotta alle spalle né associazioni più o meno istituzionali che si fanno promotrici dei diritti delle donne. L’unico punto di partenza è la rete di protesta virtuale che si è creata nei giorni precedenti, base su cui è arduo misurare la reale forza di un movimento. In qualche modo, la scelta di organizzare una giornata di protesta e di sciopero di quel tipo è allora una sorta di “salto nel vuoto”. Il processo di decisione, il coordinamento fra le varie città, l’iter burocratico per ufficializzare la protesta, tutto si è svolto in maniera molto rapida e ha trovato un’inaspettata quanto massiva risposta da parte della popolazione. Anche per chi ha organizzato lo sciopero, il 3 ottobre 2016 è il primo giorno in cui si ha veramente l’occasione di trovarsi faccia a faccia con i propri “compagni”, con le persone con cui ci si erano scambiati centinaia di mail e messaggi nelle settimane precedenti.

Ma non solo per questo il Black Monday rappresenta un evento cruciale. Oltre alla mancanza di realtà politiche antagoniste con un forte seguito, a essere assente dal panorama polacco fino a quel momento è proprio il “terreno ideologico” sui cui imbastire il conflitto. Fatta eccezione per alcune associazioni che si costituiscono poco dopo la transizione, infatti, esistono in Polonia scarse esperienze che si dichiarano (o possono definirsi) “femministe”. A differenza di quanto accade nei paesi occidentali, cioè, la nazione centro-europea non conosce se non un’eco sbiadita delle cosiddette “seconda e terza ondata” che rivoluzionano la cultura femminista fra Stati Uniti, Francia, Italia, etc. e non si sviluppa una riflessione a tutto campo sui temi dei diritti delle donne o del ruolo della donna in politica e in società. E c’è di più: anche in quegli sparuti settori che dagli anni ‘90 iniziano a occuparsi di tali argomenti, la problematica dell’aborto rimane un tabù, una battaglia che si considera persa e che in pochi sembrano intenzionati a ritirare fuori.

Ecco perché il movimento della Black Protest pare davvero essere un nuovo inizio, un’inaspettata ripresa. In un certo senso, è l’evento fondativo del femminismo polacco.

(Attivista di Manifa Lodz)


Ma, come tutti gli eventi di questo tipo, non è privo di contraddizioni.

Innanzitutto, occorre chiedersi come mai la giornata del 3 ottobre veda una partecipazione così ampia e variegata. È vero, la proposta di restringere il diritto all’aborto è qualcosa di molto forte e che presenta tratti di eccezionalità. Eppure, tutto sommato si tratta di un’iniziativa abbastanza in linea con l’impostazione generale del paese in termini di diritti riproduttivi.

Il problema, almeno per tanti, è chi avanza questa proposta. Il partito PiS ha assunto, fin dalla sua fondazione ma in particolare negli ultimi anni, un ruolo estremamente controverso nello scenario politico polacco e internazionale. Con una parvenza di destra sociale, profondamente xenofobo e nazionalista nonché vicino all’identità cattolica, “Legge e Giustizia” viene fondato dai fratelli-gemelli Kaczyński nel 2001. Si contraddistingue fin da subito per la sua radicalità e arriva anche a far parte dell’alleanza di governo nel 2005. Ma è forse anche con la morte di Lech Kaczyński avvenuta cinque anni più tardi che le posizioni del partito si spingono verso il parossismo e diventano in tutto e per tutto provocatorie (i migranti che vengono tacciati di essere “portatori di malattie”, proposte di leggi revisioniste sul tema dell’Olocausto, gli attacchi alla Corte Costituzionale e i continui scontri con l’Unione Europea…). Per una parte significativa della società polacca le elezioni del 2015 (in cui il PiS sfiora il 38% e conquista la maggioranza assoluta in Parlamento) rappresentano una sorta di “scandalo”. È chiaro allora che nella visione di tante e tanti il Black Monday è innanzitutto un’occasione per manifestare la propria contrarietà al partito di governo, al di là delle sue politiche in tema di diritti riproduttivi, e farlo da una prospettiva di “società civile” autonoma e indipendente, senza affiliazioni dirette (ecco probabilmente anche perché le iniziative precedenti organizzate da Razem non hanno raccolto grossa adesione).

Perciò una delle immediate problematiche che le organizzatrici delle Black Protest si trovano ad affrontare è proprio quella del tentativo di appropriarsi della protesta da parte di alcune realtà politiche. In altre parole, le forze d’opposizione vedono nella straordinaria levata di massa del Lunedì Nero una base su cui riacquistare consenso, prendendosi il merito dell’organizzazione o proponendosi come portavoce esclusivi di chi è sceso in piazza.

È ciò che è successo, per esempio, a Bielsko-Biała. In questa città nel sud-ovest della Polonia, la giornata del 3 ottobre è stata messa in moto da un’operatrice di un’associazione anti-violenza: «Lo sciopero delle donne è probabilmente l’evento maggiormente partecipato nella storia di Bielsko-Biała. Mentre arrivavano le prime adesioni, anche gli esponenti dei partiti politici locali facevano a gara per essere presenti alle manifestazioni. In particolare, l’ex-sindacato degli operai Solidarność voleva a tutti i costi portare in piazza le proprie bandiere e mostrarsi come un alleato delle donne. Tanto che poi ci hanno pure invitate a una delle loro celebrazioni, in qualità di rappresentanti della Czarny Protest. Abbiamo deciso di denunciare direttamente dal palco la natura patriarcale dell’organizzazione di Solidarność e il suo interesse per niente genuino alle nostre lotte. Sulla scorta di questi avvenimenti, abbiamo anche deciso di non lasciare parlare gli uomini durante le manifestazioni. Era diventato veramente difficile capire chi si unisse a noi solo in vista di un secondo fine».

(Liliana Religa – associazione Federa)

Al di là della contrarietà al PiS come forza politica e dei conseguenti tentativi di strumentalizzazione da parte dei partiti d’opposizione, c’è comunque chi partecipa alle proteste da una prospettiva non necessariamente pro-choice. In altre parole, una parte di manifestanti si oppone alle restrizioni sull’accesso all’aborto indicate nel disegno di legge, ma non per questo è a favore di una completa liberalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Anzi, è stato documentato come anche alcuni elettori ed elettrici dello stesso PiS siano scesi in piazza. Semplicemente, la proposta del partito di Kaczyński è troppo radicale: vietare in maniera quasi completa l’aborto significa passare sopra le più elementari norme di assistenza medica.

Insomma, è come se col disegno di legge del 2016 saltasse un tappo, si andasse a riaprire una ferita mai veramente rimarginata nella storia recente polacca. Dopo i primi anni ‘90, in cui venne promulgata la normativa tutt’ora vigente sull’interruzione di gravidanza, il dibattito si era affievolito sino quasi a scomparire. Le stesse associazioni per i diritti femminili avevano smesso di occuparsi della questione, considerandola divisiva e ritenendo che non vi fossero concrete possibilità di cambiare la legge (che subirà comunque alcuni tentativi di modifica in senso permissivo durante gli anni 2000). In sostanza, la società si abitua a convivere con le restrizioni imposte dall’alto, relegando le difficoltà sperimentate dai singoli a un mero fatto privato, a un dato statistico silenzioso con cui indicare chi è costretto ad abortire all’estero o in modo clandestino.

L’iniziativa del PiS ha l’effetto di riportare la problematica alla sua dimensione pubblica. Come dice Liliana Religa, rappresentante della Federacja na rzecz Kobiet i Planowania Rodziny (Federazione polacca per le donne e la pianificazione familiare): «Con la Black Protest in tante hanno finalmente riaperto gli occhi. La proposta di legge liberticida aveva reso evidente che la salute e la vita delle donne in Polonia si trovavano veramente in pericolo. Perciò ha partecipato anche chi normalmente non faceva attività in favore della libera scelta o addirittura non era mai sceso in piazza».

(attivista di Manifa Lodz)

Anche per questo, il Lunedì Nero può essere considerato a ragione come l’evento fondativo del (nuovo?) femminismo polacco, una sorta di “big-bang”. Diverse le motivazioni che spingono gli individui a partecipare, diverse le tendenze politiche, diverse anche le maniere di intendere gli obiettivi della lotta: da chi prospetta una completa liberalizzazione dell’interruzione di gravidanza, su base volontaria e gratuita, a chi in linea di principio è contrario all’aborto ma sente che un ulteriore giro di vite rischia di essere eccessivo, a chi ancora vuole schierarsi in opposizione al partito di governo al di là del tema specifico. In un certo senso, la vera “posta in palio” delle Black Protest è quello che verrà dopo:

«Le Black Protest hanno portato in piazza tante donne che prima non si interessavano dei diritti riproduttivi» racconta delle partecipanti. «Non eravamo attiviste, non eravamo un movimento, non ci sentivamo per forza a favore della libera scelta. Semplicemente, ci opponevamo alla proposta di legge del PiS. Ma quel momento ci ha costrette a sederci e pensare: chi siamo? Cosa vogliamo essere in futuro?»

A partire dalle manifestazioni del 3 ottobre 2016 le donne polacche iniziano a costruire una nuova coscienza collettiva. Nascono nuovi gruppi, altri già esistenti si consolidano, alcune associazioni rivedono le proprie posizioni sul tema dell’accesso all’aborto. Non si tratta di un processo indolore: significa innanzitutto rendere più nette le proprie posizioni, tanto che per alcune questo implica abbandonare la lotta. Chi infatti era sceso in strada soltanto per dire no a un’ulteriore restrizione dell’accesso all’interruzione di gravidanza, difficilmente si sarà poi unito all’attivismo più marcatamente pro-choice che si configura in seguito. Allo stesso tempo, anche all’interno del movimento che sceglie di portare avanti la battaglia per una completa liberalizzazione si costituiscono delle divisioni: circa un anno più tardi si svolgerà a Varsavia la Marcia per l’aborto legale e sicuro (organizzata dal neonato collettivo dell’Aborcyjny Dream Team) , il cui slogan principale recita: «L’aborto è OK». Molte l’hanno trovato troppo radicale, eccessivo. Ma tante altre ci si sono invece riconosciute e si sono convinte che la strada da seguire sia quella di un approccio forte e diretto su questi temi.

In generale, uno dei lasciti – contraddittori ma importanti – delle Black Protest è dato dal fatto che la questione dei diritti riproduttivi (e dei diritti femminili) abbia acquisito un’importanza simbolica molto alta nel panorama politico polacco. Nella loro propaganda, la maggioranza dei partiti ha iniziato a dichiararsi attento alle esigenze delle donne e, spesso, a inserire più volti femminili nei loro spot elettorali. Cosa che in alcuni casi, sinistramente, è avvenuta anche per forze dichiaratamente conservatrici come il PiS. Ad ogni modo, e al di là delle strategie, è il segno che l’opinione pubblica sia interna che internazionale guardi con interesse a questi sviluppi e lo faccia da una prospettiva sempre più progressista e liberale. Un successo, sul piano dell’inerzia e dello spostamento dei rapporti di forza.

Ma, per forza di cose, guardare al futuro vuol dire anche comprendere il passato. Significa capire come si è arrivati a questo punto. Ovvero: come mai nel 1993, dopo 40 anni di sostanziale liberalizzazione, la Polonia decide di vietare l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza?

(continua -2)