Transizione e contraccolpi

Come l’aborto è diventato illegale in Polonia

Per capire come mai nel 1993 la Polonia arrivi ad approvare una legge estremamente restrittiva per quanto riguarda l’accesso all’interruzione di gravidanza, occorre considerare la storia del paese dal dopoguerra fino a quel momento. Terminato il secondo conflitto mondiale, lo stato in precedenza occupato dai nazisti entra a far parte del Patto di Varsavia diventando così una repubblica di orientamento socialista. Bierut, Ochab, Gomulka, Gierek, Kania sono le personalità politiche che hanno guidato la Polonia fino all’introduzione della legge marziale nel 1981 da parte del generale Jaruzelski, al quale seguiranno poi gli Accordi della Tavola Rotonda e la transizione alla democrazia dieci anni dopo.

Iza Desperak

È già nel 1956 che vengono presi provvedimenti in termini di diritti riproduttivi. In linea con l’impostazione generale dei paesi del blocco socialista in quel momento, la Polonia legalizza l’aborto su basi economiche e sociali. Vale a dire che non si tratta di un’interruzione di gravidanza che viene concessa a completa discrezione del richiedente, ma di un servizio che lo stato offre nel caso sussistano provate difficoltà che impedirebbero il mantenimento del nascituro. Tuttavia, e soprattutto col passare degli anni, l’accesso a tale servizio diviene “fluido” e semplice al punto da renderlo praticamente disponibile su richiesta come per le moderne liberalizzazioni. Dice la ricercatrice e professoressa Iza Desperak: «Durante il periodo comunista c’erano sostanzialmente tre opzioni: nelle strutture statali l’aborto era praticato in forma gratuita; tuttavia, occorreva ottenere un’ingente mole di documenti e si rischiava che la propria storia diventasse di pubblico dominio (una prospettiva non allettante, soprattutto per le più giovani). Altrimenti, pagando una somma di denaro non così alta ed evitando tutta una serie di formalità, era possibile rivolgersi al circuito privato. Infine, c’erano le cosiddette “cooperative”, qualcosa a mezza via fra il pubblico e il privato, in cui era possibile ottenere un’interruzione di gravidanza nel giro di venti minuti e spesso in forma anonima. Si trattava di qualcosa di molto comune nelle grandi città, probabilmente meno nel contesto rurale».

Per quasi 40 anni, insomma, la società polacca accetta in modo tendenzialmente “pacifico” il diritto all’aborto. Al netto delle differenze fra città e campagne e delle resistenze che comunque sussistono in una comunità fortemente legata alla religione cattolica, la classe medica pratica senza problemi interruzioni di gravidanza e le donne sanno in linea di massima di poter usufruire di questa opzione.

Qualcosa, stando alle poche testimonianze che si riescono ad avere di quegli anni, inizia però a cambiare nel periodo del generale Jaruzelski. L’autoritarismo messo in campo da questa figura (per cui viene introdotta la legge marziale in Polonia) è volto innanzitutto a reprimere il dissenso sociale che si era venuto a creare da un po’ di tempo a quella parte. Ma è anche un atteggiamento del potere che assume spesso connotati morali e va a colpire le “abitudini” dei cittadini. Racconta un’attivista di Bielsko-Biała, che ha vissuto quegli anni: «Erano tempi peculiari, in cui il regime aveva tratti socialisti e conservatori. L’impostazione di Jaruzelski era di stampo militare, ispirata anche alle esperienze delle dittature argentina e cilena. L’aborto era legale ma, improvvisamente, alla televisione sono comparsi spot a favore della “famiglia tradizionale”, con i classici bambini perfetti e sorridenti… insomma, iniziava in modo strisciante una certa propaganda anti-abortista. A mio modo di vedere, quel periodo ha come preparato il terreno per la legge del 1993». Sembra dunque che negli anni ‘80 la Polonia entri in una nuova fase della sua storia, segnata da una maggiore rigidità in campo etico e sociale.

Tuttavia, le ragioni per cui l’aborto diventa una pratica da limitare, quando non da vietare in toto, vanno forse ricercati nell’evoluzione dei rapporti di forza interni alla società polacca. Il dissenso di cui abbiamo parlato e che ha portato all’introduzione della legge marziale si esprimeva soprattutto attraverso le lotte operaie nei cantieri navali, promosse dal sindacato Solidarność. Una realtà – quella del movimento di Lech Wałesa – che ha saputo catalizzare l’insofferenza di una parte delle classi popolari verso l’eccessivo autoritarismo del regime e l’eccessiva burocratizzazione del sistema lavorativo ma che, allo stesso tempo, per perseguire i propri obiettivi si è fortemente legata alla Chiesa Cattolica e alla figura di Karol Woytiła. È lo stesso Wałesa ad aver rivelato come il Vaticano finanziasse occultamente le attività del sindacato polacco in chiave anticomunista. Più in generale, il cattolicesimo – incarnato nell’elezione del papa polacco – passa a essere un “simbolo” che eccede la propria specificità religiosa, per rappresentare una sorta di bandiera sotto la quale si uniscono la quasi totalità degli oppositori al regime. La Chiesa, insomma, diventa sinonimo di “speranza”, oltre che un concreto supporto per quanti – dagli operai agli intellettuali – si battono in quel periodo per un cambiamento politico.

Si verifica dunque una polarizzazione della società per cui, dopo gli accordi della Tavola Rotonda e con l’avvento della democrazia, il cattolicesimo si ritrova “dalla parte giusta della Storia”. E, soprattutto, si ritrova ad aver accumulato un “capitale simbolico” più che rilevante con quelle forze che hanno operato per l’abbattimento del regime nei decenni precedenti e che invece, all’inizio degli anni ‘90, salgono al potere (Lech Wałesa diventa il primo presidente della nazione). In molti parlano di un vero e proprio “debito” che la “nuova Polonia” avrebbe contratto con la Chiesa: «le donne sono state utilizzate come moneta di scambio», insiste sempre la ricercatrice Iza Desperak, «i politici dovevano risarcire in qualche modo il potere ecclesiastico per il ruolo avuto nel crollo del comunismo e gli hanno lasciato il controllo dell’ambito dei diritti riproduttivi».

Si tratta di un “passaggio di consegne” ben visibile, che ha subito una forte accelerazione negli anni precedenti l’effettiva entrata in vigore della legge. Già nel 1988 e nel 1989 – ancora prima della transizione democratica – si è assistito a due tentativi di restringere l’accesso all’aborto. Dopodiché, durante i primi due anni di attività parlamentare della neonata repubblica – ci sono state ben 11 proposte di legge, due delle quali discusse alla Camera dei deputati. Parallelamente la Chiesa intraprende un’attività di propaganda antiabortista: nel 1991 Giovanni Paolo II compie due visite pastorali in Polonia, affrontando anche il tema dell’interruzione di gravidanza. Due spinte, dunque, una interna ai rapporti di potere della nuova classe dirigente del paese e una esterna che vede coinvolti la Chiesa e il Vaticano come attori politici internazionali. Il tutto, mentre alcuni deputati ultra-conservatori parlavano esplicitamente della legge come di «un regalo al Santo Padre».

Se è dunque certo che le restrizioni del 1993 sul tema dei diritti riproduttivi (che toglievano l’accesso all’aborto su basi economiche, restringendolo a soli tre casi) avessero una forte ispirazione cattolica, sia ideologica che pratica, è però probabile che la loro valenza sociale andasse oltre lo “scambio di favori” fra istituzioni politiche e istituzioni religiose. A ben guardare, gli sviluppi sociali in Polonia durante gli anni ‘90 ricalcano quelli di altre nazioni post-socialiste. Con l’ingresso nelle economie di mercato, in quasi tutto lo spazio est-europeo si assiste infatti a un crollo dei diritti femminili, dovuto in larga parte allo smantellamento dei sistemi di welfare e a un progressivo “risveglio” del conservatorismo morale. In Russia, il potere della Chiesa Ortodossa si fa mano a mano sempre più considerevole, fino a saldarsi oggi con l’autoritarismo di Vladimir Putin; nelle nazioni centrali, Slovacchia e Repubblica Ceca, cardinali e vescovi ri-acquisiscono legittimità e compaiono con costanza in televisione per esprimere la loro visione di comunità e di famiglia. (Si tratta di un processo di “ricomposizione idologico-sociale” che si è reso tra l’altro ben visibile in occasione del Congresso delle Famiglie di Verona, come spiegato qui)

Si tratta, per i governi delle neonate repubbliche, di “segnare” un distacco con il passato, di affermare – simbolicamente – che si sta facendo l’ingresso in un nuovo corso politico e sociale. Afferma Iza Desperak: «La legge “anti-aborto” del 1993 rappresenta una strategia comunicativa della classe politica del tempo. È una sorta di “mossa”, ancora più forte della Costituzione promulgata qualche anno prima, per rendere esplicito che la Polonia avrebbe cambiato politiche nei confronti dei diritti riproduttivi e dei diritti femminili in generale. È un modo, insomma, per sancire in maniera definitiva il fatto che le donne sarebbero diventate delle cittadine di seconda categoria. Se si guarda agli indicatori statistici, è facile notare due tendenze opposte per quanto riguarda i diritti femminili. Nel “mondo occidentale”, si può osservare una linea di miglioramento che cresce per tutto il Novecento, in maniera lieve ma costante. Per i contesti est-europei, invece, siamo di fronte a un netto miglioramento dopo la seconda guerra mondiale, che però subisce un crollo drastico nel momento in cui si passa all’economia di mercato. È un regresso vistoso, che interessa quasi tutti gli ambiti della vita sociale: partecipazione delle donne in politica, immagine della donna nei mass-media, accesso al mercato del lavoro, etc. C’è stata una reazione contro le politiche di genere che si sono sviluppate sotto il comunismo, poiché tali politiche contenevano elementi se non di equità comunque di concessione di alcune libertà alle donne. Una di queste libertà era appunto l’aborto.

Dal punto di vista della classe politica di allora, era un “segnale” in varie direzioni. Voleva dire mettersi dalla parte della Chiesa. E poi, a livello simbolico, significava riconnettersi all’immagine della Matka Polka (Madre Polonia), un’immagine per cui la donna acquisiva nuovamente all’interno della società il ruolo appunto di madre e non più di lavoratrice, come era sotto il comunismo. Vale a dire la donna “riprendeva” un compito di ri-produzione nel contesto domestico e non più quello di produzione nell’ambiente della fabbrica, visto invece negli anni ‘90 come una tortura, una costrizione. È chiaro che durante il comunismo l’emancipazione femminile fosse una liberazione “forzata”, e che le conquiste in termini di diritti fossero spesso pura propaganda. Tuttavia, nei fatti, le donne godevano di libertà reali che in seguito gli sarebbero state tolte».


In generale, agli inizi degli anni ‘90, è un movimento di donne a mancare o a essere molto debole. Non essendosi sviluppato nel periodo precedente un femminismo “dal basso”, sono poche le realtà ad opporsi alla legge. I tentativi da parte di alcune ONG cadono nel vuoto, mentre le stesse donne parlamentari votano a favore delle restrizioni; Salvo rare eccezioni anche la componente femminile di Solidarność, che pure aveva avuto un ruolo di azione e supporto fondamentale durante le lotte contro il regime, si ritira dalla scena pubblica e lascia spazio ai leader maschili.

Nella transizione da regime a democrazia, nella scomposizione e ricomposizione dei rapporti di forza, vengono “sacrificate” – in Polonia come altrove – le donne e i loro diritti. Il divieto d’accesso all’aborto è il sintomo di un malessere sociale esteso, di una riconfigurazione sociale e politica che rischia di sopraffare chi ha meno potere degli altri. Come diceva già nel 1990 lo storico Bronislaw Germek, intellettuale dissidente polacco e deputato nei primi anni della repubblica:

«Se guardiamo all’Europa centrale di oggi possiamo scorgere sia un’atmosfera di libertà riconquistata sia un senso di debole radicamento delle istituzioni democratiche e del pensiero democratico nelle società post-comuniste. Tre pericoli accompagnano questa fase transitoria i paesi che si sono liberati dalla dittatura comunista. Il primo è il populismo. Esso trova un naturale terreno di coltura nelle esperienze finora vissute da tali società e si fonda sulle illusioni egualitarie. Può diventare un’arma pericolosa nelle mani dei demagoghi politici. Può rovesciare un ancor debole ordinamento democratico . Il secondo pericolo è la tentazione di instaurare governi dalla mano forte. […] Tale pericolo è particolarmente forte nelle società post-comuniste. È forte perché deboli sono invece le istituzioni democratiche e lo stile democratico di pensiero. La tentazione di governi dalla mano forte è un pericolo reale per la democrazia nell’Europa centrale. Il terzo pericolo della fase transitoria è il nazionalismo. Sotto il governo dei comunisti la forma più semplice di resistenza da parte della società era il richiamo al sentimento nazionale, che […] garantiva la solidarietà fra le persone. Ma a volte, in situazioni di grande trasformazione e di instabilità sociale, tale sentimento subisce delle deformazioni e diventa nazionalismo e sciovinismo»

(continua -3)