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Verona, vento dell’est

Da Verona a Chişinău, in Moldavia, il mondo dei movimenti che si oppongono al World Congress of Families, associazione statunitense che si prefigge il compito di perorare, a livello internazionale, istanze di stampo conservatore relative alla famiglia. Un commento

“Il fascismo non ha confini, dunque anche la nostra lotta non può averne”. Con queste parole, pronunciate durante l’assemblea di domenica 31 marzo, alcune esponenti del femminismo curdo centrano uno dei punti fondamentali dei “tre giorni di Verona”. L’appello del gruppo cittadino di Non una di meno per una manifestazione in risposta al Congresso Mondiale delle Famiglie ha raccolto in breve tempo l’adesione e la solidarietà delle altre sedi italiane del movimento (Roma, Milano, Bologna, Pisa, Treviso, Trento e molte altre) e di numerose realtà femministe straniere, dando così un respiro transnazionale alla protesta. “Verona città transfemminista” è stato il titolo-auspicio di un vero e proprio (contro)evento (contro)culturale, che si è snodato lungo tre giornate consecutive. Conferenze, incontri e assemblee, culminati sabato pomeriggio in un corteo cittadino che ha visto la partecipazione di circa 100.000 persone.

Sorellanza oltre i confini

Molte le “sorelle” arrivate da lontano per sfilare assieme alle attiviste locali, e una sembra essere la parola d’ordine comune: “Intersezionalità”. Intersezionalità dei gruppi sociali in lotta, delle rivendicazioni e dei metodi di protesta, ma anche (appunto) delle singole nazionalità che provano a connettersi per articolare un discorso condiviso. A Verona erano infatti presenti gruppi spagnoli, argentini, francesi, statunitensi, svizzeri, tedeschi, ecc. Non è mancata inoltre l’adesione dell’Europa orientale, con la partecipazione di una delegazione croata di Solidarna – Foundation for Human Rights and Solidarity” e del gruppo polacco “Polish women strike” che nell’ottobre 2016 – grazie alle ingenti proteste di piazza a difesa del diritto all’aborto – avviò la lotta femminile e LGBQT canalizzata poi dal movimento argentino “Ni una menos” (anch’esso presente con Marta Dillon), in poco tempo diffusosi velocemente a livello mondiale.

La consapevolezza è che, ancora nelle parole delle attiviste curde impegnate con le YPG, “le espressioni locali del fondamentalismo, come da noi l’ISIS, fanno parte del più ampio fenomeno dell’imperialismo globale”. Gli fanno eco le rappresentanti croate: “La solidarietà femminile deve oltrepassare ogni paese. Qui in Croazia, il governo sta togliendo sempre più finanziamenti alle ONG per darli ad associazioni legate alla Chiesa, promuovendo di fatto una politica patriarcale”. Si ha cioè la sensazione – pienamente confermata dalla dimensione internazionale del Congresso di Verona e dalle partecipazioni istituzionali – che le forze del neo-conservatorismo (“sovranismo religioso”, secondoalcuni) stiano cercando di rinsaldare i legami fra i gruppi lobbistici di diverse nazioni, per assumere il controllo di posizioni chiave all’interno dei singoli governi. Uno “schema” già in atto nel contesto est-europeo, dove spesso sono le stesse persone (dietro magari a sigle differenti) a spingere per normative reazionarie e retrograde, come la legge contro la propaganda gay in Russia o le proposte di restrizione dell’accesso all’aborto in Polonia.

Flashback: Chișinău, 2018

Significativo è il fatto che l’edizione precedente del World Congress of Families (WCF) sia stata ospitata tra il 14 e il 16 settembre 2018 nella capitale moldava, Chişinău. In quell’occasione circa 2000 persone provenienti da 40 diversi paesi parteciparono alla conferenza intitolata: “East and West coming around the beauty of the family”. L’evento ottenne un forte sostegno politico ed economico da parte del governo moldavo, con un impegno in prima persona della “coppia presidenziale”: il capo di stato Igor Dodon appose il proprio patrocinio così come la ONG “Din suflet” guidata dalla first lady Galina.

Nel suo discorso d’apertura, il Presidente moldavo si concentrò sull’emigrazione come una delle principali minacce all’integrità e allo sviluppo della famiglia. Dodon stigmatizzò la scelta di centinaia di migliaia di genitori, specialmente madri, che decidono di lasciare il paese, affidando i propri figli alle cure dei nonni, dinamica che porterebbe alla disintegrazione dei nuclei familiari, alla sofferenza dei bambini e al loro abbandono, infine all’incremento del fenomeno dei cosiddetti “orfani sociali”. Pur accennando in maniera sbrigativa al fatto che il fenomeno migratorio sia generato dalla crisi economica e dai bassi salari, Dodon si scagliò soprattutto contro le “ideologie anti-famiglia” nonché contro i “soliti spauracchi” dell’aborto, della denatalità, dell’omosessualità, del femminismo e delle teorie “gender”, per proporre infine come rimedio il ritorno ai valori tradizionali per cui la famiglia è “composta da un uomo e una donna, da un padre e da una madre”. Si dimenticò però di menzionare – nel paese – gli allarmanti dati sulla violenza di genere e domestica (1 donna su due tra i 15-49 anni è stata vittima di violenza fisica, psicologica o sessuale da parte di un partner nell’ultimo anno), sulla mortalità infantile (12,4 morti su 1000 entro il primo anno di vita, rispetto ai 4 della media Ue) e sul lavoro minorile (più di 100.000 minori coinvolti).

Appare difficile credere che politiche tese a favorire la maternità o addirittura a incentivarla possano fungere da risposta alle centinaia di migliaia di madri lavoratrici migranti che si trovano all’estero in primis per garantire un futuro ai propri figli oltre che, spesso, per fuggire da partner violenti o da matrimoni falliti. Quello di Dodon – e di altri leader est-europei – è una sorta di “neofamilismo” che vede per le donne la biologia come unico destino possibile e che, al tempo stesso, propone il destino biologico come unico rimedio possibile a problemi che affondano invece le proprie radici in tutt’altri campi.

Consapevolezza che prende corpo

“Cosa bisognerebbe fare, invece? Promuovere la giustizia sociale, la solidarietà fra i cittadini, il diritto delle donne a decidere della propria sessualità”, afferma Vitalie Sprinceana di Occupy Guguţă (movimento di protesta nato a Chişinău l’anno scorso in opposizione ad alcune politiche urbane), che è stata di fatto l’unica realtà moldava a contestare il Congresso del 2018. “Le parole di Dodon sono ipocrite: è favorevole a incrementare la natalità ma solo per le persone privilegiate, non certo per i migranti o per chi si trova in una situazione di disagio economico. Credo che il suo interesse nell’iniziativa dell’anno scorso sia dovuto ai finanziamenti che arrivano dalla Russia per il Congresso e alla volontà di mostrarsi “religioso” e vicino alla Chiesa Ortodossa”.

Tornando a Verona, la risposta dei movimenti provenienti dall’Europa post-socialista è apparsa tuttavia esigua rispetto alla presenza istituzionale e religiosa invitata a relazionare al WCF (lo stesso Dodon figurava fra i partecipanti, assieme agli ungheresi Katalin Novak e Attila Beneda, l’ucraino Pavel Unguryan, il patriarca Smirnov e i russi Alexey Komov e Victor Zubarev). Come accennato, all’assemblea transnazionale di domenica erano presenti, oltre a quelli di paesi occidentali e balcanici, rappresentanti femministi dalla Polonia, dalla Croazia e dalla Bielorussia. Le società est-europee scontano spesso un deficit di partecipazione e attivismo della comunità civile alla vita politica. In particolare, poi, il femminismo e le questioni a esso legate faticano più di altre a imporre la propria legittimità nel discorso ufficiale e nella sfera pubblica.

Eppure, proprio da Verona, arrivano segnali per una possibile svolta. Il movimento di “Non una di meno”, gli scioperi internazionali dell’8 marzo si sono generati anche sulla scorta delle proteste del 2016 in Polonia, che hanno visto – inaspettatamente – migliaia di donne scendere in piazza e opporsi con successo ai tentativi di restrizione dell’accesso all’aborto. Durante le iniziative di Verona le rappresentanti polacche hanno ricordato questo fatto, rimarcando come “secondo le ricerche, più della metà delle donne che hanno organizzato le manifestazioni a livello locale nel 2016 non avevano avuto in precedenza alcuna esperienza di attivismo”. L’attacco ai diritti femminili, lo smascheramento dell’ipocrisia governativa – per cui, se da una parte si dice di voler difendere la “famiglia”, dall’altra si assegna tutto il peso del sostentamento di quest’ultima alle donne deresponsabilizzando lo stato e i sistemi di welfare – stanno creando una nuova consapevolezza condivisa. “Un’esperienza di protesta che si incarna nel corpo”, concludono in assemblea, e che nei corpi del corteo di Verona ha trovato voce e rabbia da tutto il mondo, anche da est.

Marta Bertagnolli, Francesco Brusa

da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Nella Polonia dove l’aborto “non esiste”, le donne rialzano la testa

Nel voivodato meridionale di Podkarpackie, tutti i medici oppongono l’obiezione di coscienza anche in quei pochi casi in cui la legge consente l’aborto. E l’intera sfera della sessualità e dei diritti femminili è nel mirino di un’ondata conservatrice. Ma le donne non ci stanno più

Rzeszow (Polonia) – In Podkarpackie l’aborto non esiste più. Nel voivodato, una delle regioni economicamente più fragili della Polonia (il tasso di disoccupazione è il doppio della media nazionale), dal 2015 è impossibile trovare una struttura che garantisca l’accesso all’interruzione di gravidanza.

La legge polacca è già estremamente restrittiva nell’ambito dei diritti riproduttivi. Dal 1993, dopo quasi quarant’anni di liberalizzazione, l’aborto è consentito solo in caso di gravi malformazioni del feto, rischi di salute per la madre o in conseguenza di stupro o incesto. Ma in questo lembo sud-orientale della Polonia, tutti gli ospedali e tutte le cliniche hanno deciso di opporre obiezione di coscienza anche in questi casi, rendendo di fatto inesistente la pratica abortiva.   

«Da quando l’ultimo ospedale ha firmato l’obiezione di coscienza, nella regione l’aborto è totalmente bandito», dice Tomasz Grzyb, giovane studente di medicina, membro del partito Razem e attivista. «Nell’attuale clima politico, non solo le proposte di legge si fanno sempre più conservatrici e restrittive ma anche l’interpretazione normativa è più malleabile. Si è creata una “arbitrarietà normativa” sempre più deleteria per la vita delle donne». Il punto è che, nonostante la legge sostenga che un’intera istituzione non possa esercitare l’obiezione di coscienza ma anzi dovrebbe garantire il servizio per l’interruzione di gravidanza, in realtà sono gli ospedali stessi a invocarla.

Ma c’è di più: su iniziativa del PiS – il partito conservatore al governo – dal luglio dello scorso anno è necessaria una prescrizione medica anche per la contraccezione d’emergenza. Così ora molti medici di base o farmacisti si rifiutano di prescrivere la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, appellandosi all’obiezione di coscienza. Pure in questo caso, le cifre del Podkarpackie sono disarmanti. Andando sul sito di Lekarze Kobietom, un collettivo di medici e studenti che offre sostegno alle donne che necessitano di contraccezione d’emergenza, nella mappa della regione vedrete apparire una sola freccetta blu. Si tratta dell’unico medico non-obiettore della zona, l’unico che dunque prescrive attualmente la pillola del giorno dopo a chi dovesse richiederla.

«Il solo modo per abortire in Podkarpackie è andare all’estero, in Repubblica Ceca o Slovacchia, oppure affidarti agli annunci sui giornali». Sfogliando i quotidiani locali, è facile imbattersi in scritte come “ginecologia dalla a alla z” o “riprenditi il tuo ciclo”: sono i contatti di chi pratica aborti clandestini. Agnieszka Itner, candidata del partito Razem e attivista della zona, ne parla molto tranquillamente, facendo capire che si tratta di una realtà comune e accettata, anche se rimane appunto clandestina, sommersa, con tutti i rischi del caso. Così come “sommerso” sembra essere il discorso pubblico sul tema: «In Podkarpackie non esistono luoghi o occasioni per affrontare il tema dell’aborto e dei contraccettivi», prosegue Agnieszka.

In generale, è l’intera sfera della sessualità e dei diritti femminili a costituire una sorta di tabù. «Vengo da un piccolo paese del Podkarpackie, molto conservatore» racconta Wiktoria, giovane attivista che ora si è trasferita a Cracovia dove fa parte del collettivo femminista locale. «Lì non ci sono possibilità di entrare in contatto con altri modi di pensare. Anche al liceo, il minimo di educazione sessuale che abbiamo ricevuto ci è stato impartito da un prete, che non aveva idea di cosa stesse parlando: ricordo che una volta ci disse che la spirale ha delle lame affilate, che ruotano a velocità altissima all’interno dell’utero!».

Le stesse persone che dipingono la situazione in modo così cupo sono pronte a battersi per migliorare le cose. «Nel 2016 abbiamo iniziato ad attivarci politicamente in un contesto in cui prima non c’era praticamente nulla», racconta sempre Tomasz Grzyb, sottolineando come le Black Protest – manifestazioni di due anni fa contro il tentativo del PiS di rendere la legge sull’aborto ancora più restrittiva – siano state una sorta di traino collettivo. «Lo sciopero generale delle donne nel Paese mi ha fatto capire che dovevo impegnarmi in prima persona» conferma Agnieszka.

Nel giro di un solo anno e mezzo, “il Paese dove l’aborto non esiste” è stato testimone di manifestazioni in sostegno della Black Protest, di contestazioni anti-PiS e del primo gay pride nella storia della regione. Le recenti elezioni locali però hanno ribadito l’egemonia della destra conservatrice e cattolica del PiS, che in Podkarpacie ha ottenuto la percentuale più alta di tutta la Polonia (52,25%).

I dati elettorali non bastano a fotografare una realtà complessa. «Anche mia madre, che è cattolica, ha partecipato alla Black Protest, perché lei quando era giovane poteva scegliere e vuole che questa possibilità sia data anche alle nuove generazioni», ci dice Maszena. «Allo stesso modo, il mio medico è convintamente cattolico ma quando era previsto per legge non aveva alcun problema a praticare l’aborto».

La sensazione è che le iniziative del PiS, o in generale di chiunque voglia eliminare in toto il diritto all’interruzione di gravidanza, non rispecchino il volere della popolazione. Diversi sondaggi indicano che la maggioranza dei cittadini polacchi è contraria alle politiche di restrizione dei diritti riproduttivi. E come accade altrove, la scelta dell’obiezione di coscienza è legata anche all’opportunità. «Il fatto è che l’obiezione aumenta lo stigma sociale non solo sulle donne», spiegano gli attivisti di Lekarze Kobietom, «ma anche sul personale sanitario. Praticare aborti significa spesso andare contro il direttore della struttura, essere malvisto dai colleghi, o sentirsi dare dell’assassino dai manifestanti pro-life che sostano fuori dagli ospedali».  

Da: EastWest

Onda su onda, verso la seconda Polonia

Camminando per la città di Varsavia, l’occhio si lascia stregare dagli enormi grattacieli che si affiancano a palazzi più antichi, sopravvissuti ai vari bombardamenti, e che portano sulle loro mura il segno della storia che hanno vissuto. È proprio lì, in mezzo a questi due mondi, che un occhio più esperto o semplicemente più in confidenza con la metropoli vede nascere una seconda Varsavia.
Dietro portoni apparentemente irrilevanti, si aprono infatti cunicoli nascosti che portano ad inaspettati cortili interni, svelando l’esistenza di un’altra città. Questi diventano, protetti dagli alti palazzi che li circondano, vere e proprie piazze celate dove il popolo polacco tenta di fuggire dal turismo che si riversa nelle arterie principali e la città può finalmente mostrarsi libera dalle grandi vetrine. Di seconde città la Polonia è piena e muovendoci in essa ci sembra sempre più evidente la presenza di due realtà, una legittimata e manifesta, e un’altra più nascosta e dissidente, che coesistono nella vita quotidiana e politica.

FuoriRotta 2018 - Marcia per l'aborto legale a Varsavia
Marcia per l’aborto legale e sicuro a Varsavia

Il governo polacco sempre più orientato verso posizioni conservatrici e autoritarie, continua a essere sostenitore della legge che nel 1993 ha reso l’aborto volontario illegale, abolendo l’impostazione decisamente più libertaria in vigore dal 1956. Dopo quasi quarant’anni, le donne che avevano potuto accedere in sicurezza e libertà a tale diritto si sono trovate condannate nel tabù della segretezza e costrette a consegnare la loro autodeterminazione a una fitta rete clandestina che, negli anni, ha creato una “seconda Polonia”. Già pochi mesi dopo la promulgazione della legge del 1993, nei paesi confinanti iniziano ad aprire cliniche che offrono esplicitamente servizi di interruzione di gravidanza per le cittadine polacche così come, sul territorio nazionale, alcuni medici decidono di praticare aborti in maniera clandestina.

FuoriRotta 2018 - Mediklinik a Levice
Mediklinik a Levice

Se inizialmente la risposta per poter continuare a garantire l’interruzione volontaria di gravidanza è stata dunque legata a fini più pratici ed economici, dal 2001 una tale reazione si è articolata anche in un’ottica più propriamente politica: in seguito a un incidente nel piccolo centro di Lubliniec, in cui si verifica un violento intervento della polizia in una delle cliniche “clandestine”, si crea il movimento delle Manifa, che da allora organizza in numerose città la giornata dell’8 marzo insistendo sulla reintroduzione del diritto all’aborto attraverso le proprie rivendicazioni.

Due anni più tardi, al porto di Wladyslawowo, approda il battello di Women on Waves, associazione che offre servizi di interruzione di gravidanza in acque internazionali, ottenendo una forte ecomediatica. Infine, in risposta al tentativo del governo a maggioranza del partito conservatore Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, abbreviato PiS) di restringere ulteriormente l’accesso all’aborto (che è attualmente previsto solo in caso di stupro e incesto, grave malformazione del feto, pericolo di vita della madre), il 3 ottobre 2016 migliaia di donne vestite di nero si riversano nelle piazze di numerose città polacche. È il cosiddetto Black Monday, l’inizio del fenomeno delle Black Protest e di una nuova fase di lotta e consapevolezza.

FuoriRotta 2018 - Marcia per l'aborto legale a Varsavia
Marcia per l’aborto legale e sicuro a Varsavia

Una consapevolezza che si manifesta e si insinua nel servizio sanitario grazie alla rete di medici e studenti di medicina Lekarze Kobietom. Sulla loro piattaforma online offrono supporto a tutte le donne che vogliono usufruire della pillola del giorno dopo, disponibile solo su prescrizione ed oggetto di obiezione di coscienza da parte della maggioranza di dottori e dottoresse polacche.
È Natalia, medica attivista di Varsavia, che ci racconta come ogni giorno arrivino all’organizzazione decine di mail in cui donne di tutta la Polonia chiedono supporto medico quando questo gli viene negato. Ci spiega come questa presa di posizione rappresenti, per lei e per gli attivisti di Lekarze Kobietom, un forte atto di dissidenza verso politiche che ostacolano sempre di più non solo la libera sessualità, ma anche la conoscenza di quest’ultima. Infatti la sua rabbia è rivolta verso un sistema scolastico che non prevede alcuna forma di educazione sessuale e verso un’impostazione universitaria che censura lo studio di pratiche abortive creando così una classe medica sempre più impreparata e con sempre meno strumenti per poter scegliere liberamente e consapevolmente sul proprio operato.

FuoriRotta 2018 - Manifestante pro-life
Manifestante pro-life

A fianco di Lekarze Kobietom, sono varie le realtà che stanno tentando di promuovere una diversa concezione del corpo, una diversa cultura della libertà e dell’autodeterminazione. Riappropriandosi anche di parole che sembravano ormai essere diventate tabù.
«L’aborto è ok» è lo slogan scelto dal movimento di attiviste Aborcij Dream Team per la Marcia per l’aborto legale e sicuro, la prima esplicitamente a favore di tale diritto e non solo contro alle restrizioni della legge esistente.
Il 30 settembre a Varsavia, la divisione simbolica che abbiamo tratteggiato fra una prima Polonia, ufficiale e conservatrice, e una seconda Polonia, alternativa e rivolta al futuro, pareva rivelarsi in tutta la sua concretezza: il lungo ponte sulla Vistola si è riempito di complici energie in movimento a reclamare la propria autonomia decisionale, mentre i cordoni di polizia ci separavano dai contro-manifestanti cattolici e pro-life che, in risposta, intonavano cori religiosi e urla di condanna morale.

Il visibile emerso lungo le strade di Varsavia porta con sé anche il nascosto di altre vie, quelle che si dirigono all’estero e che spesso si percorrono nel cuore della notte su pullmini anonimi. L’ultima fermata è al di là del confine, dove il turismo abortivo conduce le donne polacche in cliniche appositamente pensate per loro. A volte sono strutture che sembrano operare per esclusivi fini di lucro e al limite della legalità, come in Slovacchia dove il personale sanitario è stato molto restio nel parlarci dell’argomento negando ogni coinvolgimento.
In altri casi invece l’accesso all’aborto è garantito da collettivi politici, come Ciocia Basia in Germania o Abortion Network Amsterdam in Olanda, con una maggiore attenzione e sensibilità verso le eventuali esigenze di supporto che possono emergere nel momento in cui ci si sottopone a pratiche mediche invasive.
«Taki dzielny jest nasz prom / Płyniemy na nieznany ląd» canta la band indipendente femminista Gang Śródmieście in un pezzo che celebra Women on Waves: «Il nostro battello è coraggioso / stiamo navigando verso una terra sconosciuta».
La terra è forse sconosciuta, ma la direzione è chiarissima: è quella per l’autodeterminazione e per una scelta libera e consapevole, verso cui salpano le donne sulle onde in Polonia, un’onda di donne, corpi e soggettività in lotta.

Da: L’uomo con la valigia

La rete sotterranea per le donne polacche

«Quando ho visto l’appello di Aleksandra Krasowska su Facebook, mi sono precipitata a contattarla». Natalia è una giovane specializzanda in ematologia di Varsavia e non ci ha pensato due volte a entrare a far parte di Lekarze Kobietom (medici per le donne). «Nel 2017 il governo polacco ha deciso di restringere l’accesso alla contraccezione d’emergenza (liberalizzato due anni prima sulla scorta di una decisione europea, nda). Con la nuova legge, per ottenere la pillola del giorno dopo occorre avere la ricetta e il medico può avvalersi dell’obiezione di coscienza». La stretta effettuata dal partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) di Jarosław Kaczynski ha avuto conseguenze immediate: in alcune aree i medici che rilasciano ricette si contano sulle dita di una mano.

Lekarze Kobietom è una rete informale di dottori e studenti di medicina polacchi, che ha il preciso obiettivo di limitare i danni di questa legge. Nata su iniziativa della psichiatra Aleksandra Krasowska, riunisce volontari e volontarie da varie regioni del paese. «In Polonia la percentuale di obiettori è altissima», spiega Natalia, «e c’è quindi il rischio di non riuscire a trovare in tempo un medico che firmi la ricetta. La cosa più utile è stata allora “mappare” su tutto il territorio le cliniche e gli studi pronti a farlo. Abbiamo attivato un sito web dove le donne possono chiedere consigli, ma soprattutto ottenere sostegno per procurarsi la contraccezione d’emergenza. Indirizziamo chi ci contatta verso i dottori della nostra rete, disponibili a fornire la pillola del giorno dopo». Un servizio che in teoria dovrebbe essere garantito dallo stato, ma che invece viene portato avanti da un gruppo di attivisti. «In Polonia la contraccezione e l’aborto sono un tabù, soprattutto per la classe medica. In alcune facoltà non viene nemmeno insegnato come praticare un’interruzione di gravidanza» racconta Natalia.

Non tutte infatti entrano in contatto con Lekarze Kobietom per richiedere la pillola del giorno dopo. Capita molto spesso che le donne scrivano quando hanno già bisogno di praticare un aborto e qui la faccenda si fa più complicata.

La legge polacca in vigore dal 1993 (una delle più restrittive d’Europa) prevede l’interruzione di gravidanza in soli tre casi: in conseguenza di stupro o incesto, se sussistono rischi di salute per la madre e in presenza di gravi malformazioni del feto. Inoltre, si può essere perseguiti per aver “aiutato” una donna ad abortire. «È una norma molto vaga», dice Liliana Religa di Federa (Federazione polacca per le donne e la pianificazione familiare), associazione che si occupa di diritti femminili fin dagli anni ‘90. «La nostra paura è che venga utilizzata dal governo per ostacolare le realtà che sono a favore del diritto di scelta, impedendo anche solo di dare informazioni generali. Oppure la si usa per punire chi è solidale: una persona è stata recentemente denunciata per aver accompagnato con la propria macchina una donna che andava ad abortire in Germania. Insomma, si fa di tutto per rendere difficile l’accesso ai servizi contraccettivi e all’interruzione di gravidanza».

Occorre dunque aggirare norme e problemi, trovando “vie sotterranee” per esercitare la libera scelta. Se si richiede sostegno per praticare un aborto, dal sito di Lekarze Kobietom si viene spesso indirizzati verso Kobiety w Sieci (donne in rete). «Si tratta di un gruppo cui ci si può rivolgere per qualsiasi informazione pratica» spiega Liliana. «Alcune delle donne che vi fanno parte hanno avuto esperienze con l’aborto farmacologico e condividono con chi le contattata dubbi e consigli». Attraverso Kobiety w Sieci (che a sua volta si appoggia alle reti internazionali di Women on Web e Women on Waves) è possibile ordinare la pillola abortiva, recapitata direttamente all’indirizzo di casa. Le spedizioni avvengono con semplici pacchi postali (anche se la Polizia di Frontiera sta intensificando i controlli) o, in alcuni casi, addirittura per mezzo di droni. Secondo i ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i servizi di telemedicina come Women on Web sono considerati metodi di aborto sicuro, anche se i problemi di questa soluzione sono molti. Innanzitutto le tempistiche. Se la pillola viene sequestrata prima di arrivare a destinazione, la donna potrebbe ritrovarsi in uno stato della gravidanza già troppo avanzato. Inoltre, c’è la tensione psicologica legata all’assunzione. «Non dimenticherò mai la paura, quando la mia fidanzata ha dovuto ingerire questa pillola dal mittente ignoto, senza alcuna assistenza medica su come si sarebbe svolto l’aborto farmacologico e senza garanzie riguardo a ciò che stava assumendo», racconta un ragazzo che preferisce restare anonimo e che, però, anche a partire da quell’episodio ha iniziato a prendere parte alle lotte per i diritti riproduttivi.

Un’alternativa, certamente più costosa, è quella dell’aborto all’estero. Nei paesi confinanti con la Polonia esistono infatti cliniche ginecologiche private per l’aborto chirurgico che si prendono carico di tutto il processo, dal viaggio fino al rientro a casa per una cifra che va dai 400 ai 600 euro (in Polonia il salario medio è di 830 euro). Ci sono linee dedicate per prendere appuntamento e anche gli infermieri e i medici parlano polacco. «La partenza avviene di mattina presto, praticamente col buio» dice Marta Syrwid, che si è sottoposta all’intervento in Slovacchia e ha poi deciso di rendere pubblica la sua esperienza. «È difficile descrivere la sensazione che si prova a essere trasportati oltre la frontiera, per un’operazione così intima, su un pulmino guidato da sconosciuti. È tutto molto strano e asettico. Appena arrivata alla clinica, mi hanno fatto firmare un foglio scritto in un polacco sgrammaticato: dovevo dichiarare di essere andata lì perché avevo un aborto spontaneo in corso». Le normative di Slovacchia e Repubblica Ceca, principali destinazioni delle donne polacche, sembrano infatti essere contraddittorie. L’interruzione volontaria di gravidanza è in teoria riservata solo a chi risiede permanentemente nel paese e la dichiarazione di un aborto spontaneo in corso sarebbe dunque un espediente per agire nella quasi-legalità. La pratica non viene tanto sbandierata, né dai governi né dalle cliniche, anche per non guastare le relazioni diplomatiche con la Polonia.

Non così, se ci si orienta più a ovest: è il caso di movimenti come quello di Ciocia Basia, a Berlino, o dell’Abortion Network Amsterdam, nella capitale olandese, gruppi di volontari e volontarie uniti a sostegno di donne, persone trans, non-binarie o queer. Il loro obiettivo è garantire a chiunque un aborto sicuro, al di là delle possibilità economiche, e offrono oltre all’intervento chirurgico anche supporto psicologico e logistico.

Sia dentro che fuori i confini, comunque, il punto centrale rimane quello della consapevolezza. «L’aborto è Ok» recitavano i cartelloni in testa al corteo del 30 settembre scorso a Varsavia.

In quell’occasione, le donne sono scese in strada manifestando per la prima volta a favore della libera scelta e non solo contro i tentativi di restrizione dell’accesso all’interruzione di gravidanza da parte del PiS. Una lunga colonna di dimostranti ha attraversato Most Poniatowskiego, il ponte sulla Vistola, mentre alcuni picchetti di cattolici pro-life provavano a contrastarli. «Chi ha partecipato alla Marcia per l’Aborto Legale e Sicuro di settembre è stato molto coraggioso», afferma Liliana di Federa, che come associazione ha sostenuto l’iniziativa. «Il clima non è certo dei migliori. Lo slogan “l’aborto è ok” ha destato scandalo, anche all’interno dello stesso movimento femminista e le organizzatrici del corteo sono state definite talvolta “troppo radicali”. Ma è un inizio promettente. Credo che le proteste degli ultimi anni stiano aprendo gli occhi a tanti. Secondo alcuni sondaggi, la maggioranza della popolazione è ora a favore di una completa legalizzazione dell’aborto e dei diritti riproduttivi».

Ciò che manca è la volontà politica di ascoltare tali richieste. Le ultime elezioni regionali hanno confermato l’egemonia del PiS nelle zone più rurali del paese e il partito di Kaczynski sembra deciso a mantenere le sue posizioni autoritarie e conservatrici. «Fino a oggi, abbiamo ricevuto più di diecimila domande d’aiuto», precisa l’attivista di Lekarze Kobietom Natalia. Al dato si aggiungono, secondo le stime, quasi altre centomila cittadine polacche costrette ad abortire illegalmente o all’estero. «Questo è un governo che odia le donne. Ma con la nostra rete abbiamo finalmente capito di essere in tante e di poter fare qualcosa di concreto».

Da: Il manifesto